di Andrea Buratti

Provo a buttare giù un commento a caldo dopo questa lunghissima giornata di risultati elettorali e analisi del voto e degli scenari futuri.

Premetto che sono tra coloro che considerava certa la vittoria di Clinton: non solo i sondaggi mi sembravano tranquillizzanti, ma soprattutto troppi elementi della campagna di Trump mi sembravano distonici con alcune costanti della società americana, a cominciare dalla più volte rivendicata affinità con la Russia di Putin.

Il risultato elettorale mi ha dunque molto sorpreso, anche se, rispetto all’atmosfera tratteggiata a caldissimo – sotto l’influenza dell’immagine un po’ fuorviante della mappa tutta colorata di rosso degli States – il quadro mi pare assai più equilibrato. Quella di Hillary Clinton non è stata una débâcle: è vero che la strategia è stata sbagliata negli stati-chiave, come Florida, Ohio e Pennsylvania; tuttavia il dato del voto a livello nazionale parla chiaro: Clinton ha avuto più voti di Trump, segno che la sua presa sul Paese non è stata affatto inconsistente.

Le analisi dettagliate dei prossimi giorni ci spiegheranno come si è orientato il voto delle donne e dei latini, che certamente non hanno dato il previsto supporto a Clinton. E soprattutto quanto ha pesato il maggiore astensionismo degli afroamericani rispetto alle elezioni di Obama. Buona parte delle spiegazioni stanno lì: infatti Trump ha sostanzialmente confermato i voti ottenuti da Romney (non certo F.D. Roosevelt…) nella precedente tornata presidenziale, mentre Clinton ha perso per strada 3 milioni di voti rispetto ad Obama, voti che probabilmente derivavano proprio dall’assenza dell’elettorato afroamericani.

Ciò detto, il risultato di Trump è stato sopra le aspettative, e la sua strategia, mirata sugli swing-states, è risultata più efficace di quella di una politica di lungo corso come Clinton.

Io spiegherei il successo di Trump attraverso tre parole-chiave. La prima è distrust, la diffusa sfiducia nei confronti del sistema politico. Siamo tutti consapevoli che la forza di Trump – e specularmente la debolezza di Clinton – è stata la sua estraneità al sistema politico rispetto ad una candidata enormemente collegata con l’aristocrazia politica americana. L’incapacità di Clinton di attrarre il voto degli afroamericani dipende principalmente da questo, così come la capacità di Trump di portare alle urne una parte della popolazione che non sempre partecipa alle elezioni. Questa “sostituzione” di partecipanti ha spostato molti voti.

C’è da aggiungere che il trend relativo alla disaffezione alla politica è una costante della politica occidentale negli ultimi vent’anni, e sta ripagando chiunque la sappia usare. Negli Stati Uniti, peraltro, il dato è molto meno allarmante che in alcuni Paesi d’Europa, perché una componente di sfiducia nei confronti della classe politica è sempre esistita, è una costante della cultura politica americana, ed ha determinato esiti non sempre negativi in termini di ricambio della classe politica, mentre in Europa questo profilo anti-parlamentare è stato anche viatico di derive autoritarie. Aggiungerei che il sistema politico americano ha avuto il merito di veicolare il trend di antipolitica all’interno dei partiti tradizionali, grazie al sistema delle primarie. Le primarie repubblicane sono state, in questa prospettiva, un elemento di straordinario contenimento delle tendenze populiste. In Europa, al contrario, i partiti tradizionali sembrano incapaci di garantire al loro interno questi sbocchi.

La seconda parola che può aiutare a capire di più è fear, una paura che coinvolge soprattutto gli elettori con bassi titoli di studio. È la paura dell’immigrato irregolare, del terrorista arabo, la paura di un nuovo 11 settembre continuamente minacciato dai deliranti video di ISIS. Noi non possiamo ignorare che negli ultimi due anni gli Stati Uniti hanno subito un numero significativo di episodi terroristici in tutto il Paese e con matrici e modalità varie. Questo ha pesato eccome nel voto popolare, andando a sostenere il candidato che più direttamente ha promesso di proteggere gli Stati Uniti, a cominciare dalla promessa di non toccare il diritto protetto dal II° emendamento. Questi elementi giocano un ruolo determinante negli stati del sud e del west, la cui cultura è ancestralmente radicata nello spirito dell’autodifesa, che assurge qui a un valore fondativo della comunità politica.

La terza parola è anger, la rabbia determinata dall’esclusione sociale dei “forgotten men and women” a cui Trump si è più volte appellato durante la campagna. La rabbia deriva dalla condizione economica pesantissima che la classe media ha subito con la crisi. Obama può vantare di avere risanato l’economia nella prospettiva dei dati macroeconomici, ma questo risanamento non è di certo passato nelle case della working class. Il voto di stati come Pennsylvania, Michigan e Wisconsin può essere spiegato solo così. La verità è che la ripresa economica americana è trainata da settori economici in larga parte nuovi e diversi da quelli su cui si basava la ricchezza e il lavoro tipico di società con minore capacità di innovazione tecnologica e infrastrutturale. La California, con le sue start-up innovative, non rappresenta il tessuto economico profondo del vecchio mid-west. La rabbia potrebbe anche spiegare il voto – che credo tutt’altro che compatto – dei latini: molti di loro temono una politica di maglie larghe nei confronti dell’immigrazione irregolare, consapevoli che i primi a farne le spese in termini di posti di lavoro sarebbero proprio loro.

E la rabbia ha radici anche nel tessuto dei valori delle comunità conservatrici dell’America profonda. Dobbiamo essere consapevoli che l’azione di Obama ha comportato enormi avanzamenti in termini di estensione dei diritti: assicurazione sanitaria per i non abbienti, matrimoni tra persone dello stesso sesso, assistenza e servizi per gli immigrati irregolari, per citare solo quelli più direttamente connessi all’azione presidenziale. Occorre ora prendere atto che queste innovazioni hanno determinato delle lacerazioni nel tessuto sociale conservatore. Non mi riferisco ai fondamentalisti religiosi di nuova formazione, ma alla classe media dell’America rurale.

Non è facile prevedere quali scenari si aprono con questo voto. Paul Krugman ha parlato oggi di un uncharted territory che si apre davanti a noi. Mi limito a valutare i possibili scenari su due fronti: il sistema politico e la legislazione sociale.

Per il sistema politico, lo dico senza mezzi termini, è un toccasana: la democrazia americana ha incanalato Trump nel sistema dei partiti, rivitalizzando un partito che solo un anno fa sembrava in condizioni di sfacelo; la sconfitta di Clinton determinerà un profondo ripensamento del ruolo delle élite all’interno dei partiti: se la politica americana è quella di House of Cards, beh, è il momento di cambiarla. Da questo punto di vista, mi aspetto un rinnovamento di metodi di governo, stili e personale politico, come avvenuto in altri turning points della storia politica americana. Penso a quello che conosco meglio, l’elezione di Andrew Jackson nel 1828. Primo Presidente non appartenente alla generazione dei Founding Fathers e alle famiglie dell’aristocrazia politica dei tredici stati, Jackson era un self-made man dai modi rozzi e sgradevoli, che usò metodi comunicativi del tutto innovativi, da molti considerati volgari, per suscitare il consenso degli humble members of society, anche attaccando violentemente il sistema politico tradizionale. La socialità politica della Early Republic ne uscì trasformata, in buona parte in meglio. Sono consapevole che il grande male della politica americana – il suo metodo di finanziamento – non sarà di certo migliorato sotto la presidenza Trump. Ma già ora, dopo Citizens United, il quadro regolativo è pessimo, difficilmente peggiorerà.

Per la legislazione sociale, niente mezzi termini, è un disastro. Trump riporterà la Corte Suprema agli equilibri precedenti alla morte di Scalia, riformerà pesantemente la Obamacare – sforzo costante dei Congressi a maggioranza repubblicana degli ultimi anni – e soprattutto lascerà mano libera alla legislazione degli stati su temi sensibili ai fini di possibili discriminazioni razziali.

La democrazia americana è da sempre emozionale. Donald Trump non è il primo e non sarà l’ultimo a salire alla Casa Bianca soffiando sul fuoco. L’elezione presidenziale è, di per sé, un richiamo a una politica “calda”. E sebbene giocare col fuoco sia molto pericoloso, negli Stati Uniti questo gioco riesce usualmente meglio che da noi.