di Tania Groppi

La  regressione costituzionale della Turchia, avviata ormai da alcuni anni, merita una particolare attenzione da parte dei costituzionalisti comparatisti, per diverse ragioni: si inserisce in una tendenza all’arretramento della democrazia costituzionale, che coinvolge diversi paesi del mondo (basti citare, pur nelle loro diversità, Polonia, Ungheria, Venezuela, Filippine); rappresenta un fallimento della condizionalità europea; utilizza lo strumento della revisione costituzionale per eliminare la separazione dei poteri e introdurre un regime autoritario.

Inoltre, l’attacco allo stato di diritto è allo stesso tempo un attacco ai giuristi: magistrati, avvocati, professori universitari sono, insieme ai giornalisti, i soggetti più colpiti dai provvedimenti repressivi. Le università turche, con le quali, grazie alla crescente integrazione della Turchia in Europa, dopo il 1999, anche le università italiane e molti di noi hanno consolidati rapporti accademici, hanno perso ogni autonomia e sono divenute luoghi in cui serpeggia la paura e la diffidenza.

Proprio per questo motivo ci è parso necessario aprire un forum che possa accogliere interventi sui diversi aspetti della situazione turca, anche in prospettiva comparata.

Il “che fare” di fronte a quel che sta avvenendo, specialmente dopo la reazione sproporzionata al tentato colpo di Stato del 15 luglio 2016 e a fronte della revisione costituzionale sottoposta al referendum del 16 aprile 2017, è infatti una domanda ricorrente per coloro che hanno a cuore le sorti della Turchia, ma potremmo dire più in generale, quelle della democrazia costituzionale.

La debolezza della reazione della comunità internazionale è sotto i nostri occhi.

Per quanto riguarda il Consiglio d’Europa, organismo di cui la Turchia è membro fin dagli inizi, nonostante gli accurati pareri resi dalla Commissione di Venezia negli ultimi mesi, dobbiamo prendere atto che, alla vigilia del referendum costituzionale, la Corte di Strasburgo ancora temporeggia, mentre l’Assemblea parlamentare si è dimostrata incapace di decidere persino di avviare un dibattito sulla situazione turca.

Ancora peggiore è la situazione dell’Unione europea. Il parlamento europeo ha deliberato di bloccare i negoziati di adesione, che però restano formalmente aperti, nel perdurare dell’ambiguità che circonda da sempre la relazione tra Unione europea e Turchia, ulteriormente accresciuta dopo l’accordo sui profughi siriani del 18 marzo 2016.

Non ci resta, per il momento, che sollecitare gli accademici e la società civile, per far pressione sui governi e a tenere desta l’attenzione delle opinioni pubbliche.

Credo che ciò interpelli ancor di più quegli studiosi che hanno al centro della loro ricerca e del loro insegnamento il “rule of law”, a fronte della accresciuta circolazione del diritto e della nascita di una figura di giurista sempre più globale.

Aprire un forum sulla Turchia intende essere un contributo in una battaglia per la libertà accademica e la difesa dello Stato di diritto in cui non possiamo lasciare soli i colleghi turchi: un modo per esprimere non solo la nostra solidarietà, ma anche la nostra condivisione.