H. patrick Glenn

(Toronto 1940 - 01/10/2014)

 

H. Patrick Glenn è stato il più grande comparatista nordamericano della sua generazione. Nato nel 1940 a Toronto, aveva compiuto gli studi alla Queen’s University della sua Provincia natale e poi a Harvard, conseguendo quindi il PH.D. a Strasburgo nel 1968. La sua carriera accademica si è svolta interamente nella McGill University, dove è stato assistente dal 1971, associato dal 1973 e titolare della Peter M. Laing Chair dal 1978 fino alla scomparsa nel 2014, anche se ha insegnato spesso all’estero, ad esempio nella Friburgo svizzera, ad Aix en Provence, a Katowicze, nell’Università francese del Pacifico, oltre che a Sherbrooke e Montreal, nel vicino Quebec. Il suo orizzonte di interessi è andato tuttavia ben oltre la dimensione canadese; anzi la sensibilità tipicamente canadese per il pluralismo gli è servita per padroneggiare al meglio gli strumenti della comparazione e sviluppare filoni di pensiero molto al di là degli ambiti di solito coltivati dagli studiosi statunitensi di sistemi. Non a caso dal 2012 è stato presidente della American Association of Comparative Law.

La sua produzione scientifica è dedicata in parte minoritaria a perimetri di ricerca locali o settoriali. Così ad esempio al diritto dell’Alsazia-Lorena, terra storicamente di confine e remotamente avvicinabile alle problematiche canadesi (nel suo primo lavoro, del 1974, sulla International and Comparative Law Quarterly), al diritto forestale (nell’articolo del 1978 sulla Environmental Law), al diritto processuale ed all’ordinamento giudiziario canadese (nello scritto del 1990 sui Cahiers de Droit), alla protezione dell’incapace (nel saggio del 1985 sempre sui Cahiers), alla cittadinanza canadese (nel McGill Law Journal del 2003), all’etica professionale (nella stessa rivista nel 1990), alla responsabilità dei giudici (ivi, nel 1983), alla class action nelle Province canadesi (nella Canadian Bar Review del 1984).

La gran parte della sua strabordante attività scientifica è stata però finalizzata alla messa a fuoco ed al continuo affinamento del tema delle tradizioni giuridiche: a questo filone, che lo ha reso famoso nella comunità mondiale dei comparatisti, ha consacrato i suoi tre più importanti volumi, veri capolavori di questa vena della comparazione: On Common Laws (Oxford UP, 2005), Legal Traditions of the World. Sustainable Diversity in Law, Oxford UP, 1999, giunto alla quinta edizione nel 2014 e tradotto anche in italiano per i tipi del Mulino nel 2010, nella quarta) e The Cosmopolitan State (Oxford UP, 2013). Il resto dei suoi scritti, difficilmente definibili come minori, afferiscono tutti in modo più o meno diretto a questa area di interessi, che sviluppano su diversi versanti: la common law in Canada (nella Canadian Bar Review del 1995); le transnational common laws (nel Fordham Int’l L. journal del 2006), le common laws di Europa e Louisiana nella Tulane L. Review del 2005), l’uso del transplant (nel Journal of Comparative Kaw dwl l2006), la reception lf law per “persuasive authority” (nel McGill Law Journal del 1987), la rimozione dei confini (nella Tulane Law Review del 2001), la protezione delle culture aborigene (nell’Oxford University Commonwealth Law Journal del 2007), persino il conflitto di norme in materia religiosa (nell’American Journal of Comparative Law del 1980) ed il ruolo della religione nel diritto (nel Journal of Law and Religion del 2009), l’integrazione dei gruppi sociali (nella R & R del 2006), l’immigrazione ed i diritti umani (nell’African Journal of International and Comparative Law del 1991), le mixed jurisdictions (nella Tulane Law Review del 2003/2004).

La tradizione, interpretata sia come mutevole presenza e persistenza del passato che come proiezione razionale verso il futuro, funge da chiave di lettura del rapporto dialettico tra diritti locali che tendono a chiudersi e consolidarsi (“closure”), a gerarchizzarsi e a consolidarsi sul territorio entro confini, perpetuando la diversità, e common laws, ovvero forze cosmopolite a loro volta tendenti ad istituzionalizzarsi. Questa ininterrotta tensione funge da chiave di lettura dei cicli storici dell’evoluzione della teoria degli ordinamenti, dall’antichità classica sino alla globalizzazione dei nostri giorni. Glenn supporta la sua chiave di lettura con straordinaria ricchezza di riferimenti antropologici, storici, politologici ed economici, senza mai indulgere a toni dotti. Nell’ambito di questo quadro di riferimento, suggestivo ma puntuale, trovano posto interpretazioni di realtà diversissime, ma unificate da una comune sapiente ricerca del filo conduttore storico. Così la common law anglo-sassone, forma più celebre di un fenomeno molto più ampio, i diritti indigeni (“ctoni”), il costituzionalismo e la sua crisi, i fenomeni migratori, i diritti, l’interpretazione, la trasformazione dei sistemi di fonti, i conflitti di leggi, il rapporto tra diritto civile e diritto canonico.

Patrick Glenn è stato un comparatista a tutto tondo. La formazione prevalentemente civilistica e processual-civilistica non gli ha impedito di padroneggiare con piena sicurezza il metodo ed i concetti del diritto pubblico. La sua capacità di unire la visione di sintesi ad una straordinaria tecnica analitica applicata ai temi più diversi ha avuto ed ha pochi termini di paragone tra i comparatisti. Chi lo ha incontrato in occasione di convegni, in particolare di quelli organizzati dalla International Academy of Comparative Law, di cui era assiduo, non ne dimentica la bonomia, la cordialità, la disponibilità al dialogo amichevole. Uno studioso di grande caratura ed una persona davvero squisita.