di Pino Pisicchio – 23 gennaio 2019

Il risultato delle suppletive nel collegio uninominale di Cagliari, vacante da luglio dopo le dimissioni del deputato del Movimento Cinque Stelle Mura, ha creato qualche clamore negli osservatori e nei commentatori politici per un duplice ordine di motivi. Il primo è legato alla misura dell’astensionismo, che ha superato l’84%. Il secondo per la vittoria del candidato del Centro-sinistra, Andrea Frailis, interpretata come segnale in controtendenza rispetto ad un consolidato trend in favore delle forze governative registrato a partire dal voto dello scorso marzo e confermato da tutti i sondaggi effettuati da quel momento in poi. La scarsa partecipazione al voto sarebbe, dunque,da considerare la conferma di un ineluttabile trend che scandisce in ogni passaggio elettorale la misura di una “disaffezione” al voto ormai irreparabile. Ma è davvero così? Per valutare la portata dell’episodio elettorale delle suppletive di Cagliari, è forse opportuno porre qualche premessa. 

È opportuno considerare, infatti, che il fenomeno dell’astensionismo ha assunto nel contesto delle democrazie europee proporzioni che vanno oltre la fisiologia per approdare nelle terre incognite e pericolose della valitudinarieta’ della democrazia rappresentativa. Se consideriamo, infatti, come dies a quo le elezioni europee del 2014 che offrono, peraltro, un grado di omogeneità temporale e sistemico dal punto di vista della formula proporzionale che favorisce la lettura comparata, avremo il dato significativo della partecipazione di solo il 43,1% dei cittadini europei aventi diritto. L’analisi delle performances dei diversi Stati membri rivelerà che l’area dove si registra il picco di astensionismo più alto è quella dei paesi di più recente adesione all’UE, con la Slovacchia in prima fila con l’87% di astensionismo. Tra i valori più alti si segnala il 65,5% di astensionismo in Portogallo e il 65% di un Regno Unito che pareva disamorato dall’UE anche nel 2014, ben prima della Brexit . Astensioni di proporzioni significative si registravano anche con il 63% dei Paesi Bassi, il 52% della Germania, il 58% della Francia e il 56% della Spagna. L’Italia che, per la prima volta nella sequenza delle elezioni per il parlamento europeo, scendeva sotto il 60% dei partecipanti al voto, si rappresentava nel consesso dei 28 paesi dell’UE con un corpo elettorale virtuoso che faceva registrare “solo” un 43% di astenuti, tra i primi cinque in Europa per assiduità di partecipazione: se si tiene conto del fatto che tra i primi quattro paesi per partecipazione si collocarono Lussemburgo, Belgio e Grecia, nel cui ordinamento è previsto il voto obbligatorio, il risultato degli elettori italiani può essere considerato soddisfacente. Ma anche al di là della tendenza di fondo all’abbandono delle urne registrabile negli Stati membri in occasione del rinnovo del Parlamento Europeo, è interessante comprendere quali performances partecipazionali vengono riservate negli ordinamenti elettorali in cui è previsto il voto di ballottaggio per le elezioni dei rappresentanti nelle assemblee parlamentari. La comparazione con il secondo turno delle elezioni politiche francesi può contare su dati risalenti al giugno 2017, dunque temporalmente più vicini. Nel turno di ballottaggio tenutosi il 18 giugno del 2017, infatti, si registrò in Francia l’affluenza più bassa nella storia della Quinta repubblica: si recò alle urne solo il 42,6% degli aventi diritto. Nelle 15 legislature che si sono succedute dal 1958, data di nascita della Quinta Repubblica, infatti, solo una volta, nel 2012, si era registrata una partecipazione inferiore al 60%, mentre nella maggior parte delle consultazioni il valore si era attestato tra il 60 e l’80% superando, in almeno due casi, il limite più alto.

La pur rilevante quota di astenuti non appare, tuttavia, tale da sottrarre legittimazione al Parlamento francese perché si esprime in termini di lealtà istituzionale al governo scaturito dal voto. È una forma di legittimazione silente che si mostra coerente con le fonti del pensiero liberale e si diffonde anche nelle altre democrazie occidentali, ribaltando l’impostazione dell’etica civica, portata a considerare il voto non più come “dovere”, ma come possibilità che coesiste accanto a quella dell’astensione, esercitate entrambe sulla base delle preferenze o del rifiuto delle offerte del mercato elettorale. Pertanto, e questo rappresenta la “cifra” che caratterizza l’atteggiamento dell’elettore europeo nelle più recenti stagioni politiche, la scelta astensionistica non sarebbe irreversibile, ma poggerebbe sulla consapevolezza della saldezza del presidio democratico garantito dall’ordinamento costituzionale, quale che possa essere il soggetto politico vincente, una scelta pronta a tramutarsi in partecipativa se il mercato elettorale fosse in grado di offrire una proposta in cui potersi identificare. Dobbiamo, pertanto, ritenere queste dinamiche presenti anche nel comportamento del corpo elettorale italiano, manifestatesi anche nel recente voto per le elezioni suppletive nel collegio uninominale di Cagliari della Camera. Il risultato ha evidenziato, dunque, due fatti irrefutabili: il livello di partecipazione minimo al voto nel turno di ballottaggio, pari al 15,56%, che si impone per l’eclatanza dei numeri irrisori all’attenzione degli osservatori, tenendo conto che in quello stesso collegio nel marzo 2018 si recò alle urne il 67% dei cittadini, a fronte di una partecipazione nazionale piuttosto alta, il 72,93%. Così come è apparso in controtendenza il fatto che il candidato del Centro-sinistra abbia riportato il risultato vincente in un contesto di difficoltà del Pd, il maggiore partito della coalizione e di incertezza sulla sua leadership. La sorpresa, però, si ridimensiona se si fa riferimento alla particolarità del voto suppletivo: se il calo, anche vistoso, di partecipazione si può dire che sia consustanziale al secondo turno elettorale, nel voto suppletivo assume proporzioni ancora maggiori. Solo sette mesi fa si tenne il ballottaggio in 14 città italiane andate al voto per il rinnovo dei consigli comunali registrando una media di partecipazione che oscillava dal 39% di Messina al 56% di Siena, tutti valori al di sotto dell’affluenza del primo turno. Ma se raffronto si deve fare , quello più significativo è con le elezioni suppletive tenutesi nelle tre legislature in cui è rimasto in vigore il sistema elettorale noto come “Mattarellum”. Il sistema, introdotto con la riforma del 1993 che recepiva i principi scaturiti dal referendum antiproporzionalistico tenutosi nello stesso anno, poggiava su una formula mista, come quella che ispira la legge elettorale vigente, ma con proporzioni rovesciate rispetto a quella attuale. Infatti mentre il Mattarellum era un sistema prevalentemente maggioritario (nella misura del 75%) a base uninominalistica con una parte residua (25%)proporzionale a lista bloccata, l’attuale sistema mantiene solo il 36% circa di maggioritario uninominale, mentre il restante 64% è a lista bloccata. Il sistema maggioritario prevede l’elezione suppletiva per i collegi uninominali in cui si verifichi una vacatio per dimissioni, incompatibilità sopravvenuta, decesso del parlamentare eletto. Nelle legislature XII, XIII, e XIV, si è proceduto alla Camera per 22 volte ad elezioni suppletive, registrando un’affluenza media alle urne del 49,31%- con valori intorno al 19% in alcuni collegi- a fronte della media dell’83% registrata alle elezioni politiche. Quanto alla scelta politica compiuta col voto, le suppletive privilegiarono in genere le candidature di centro-sinistra, registrando un risultato finale di 18 a 4, con un recupero di sei seggi rispetto al dato di partenza in favore del centro sinistra e in danno al centro-destra ( in una stagione rigorosamente bipolarista). La più esigua partecipazione al voto sembrò, dunque, premiare i partiti con maggiore capacità organizzativa e mobilitativa , penalizzando, invece, quei partiti e movimenti che poggiavano il loro consenso su un elettorato d’opinione. Dai tempi del Mattarellum ad oggi molte cose sono cambiate, non c’è dubbio. Ma la logica delle suppletive è la stessa. È un episodio elettorale, di cui tener conto per valutare l’efficienza di una formula di voto proporzionalistica con una piccola appendice maggioritaria, più inutilmente ornativa che funzionale, applicata per la prima volta nel 2018. E il risultato di Cagliari non è affatto rivoluzionario: nulla ci dice realmente dello stato di salute dei partiti, vincitori e vinti, e non ci racconta affatto della disaffezione degli italiani al voto. Ci conferma, tuttavia, l’allineamento del comportamento elettorale degli italiani alle tendenze che si riscontrano nei paesi membri dell’UE.