Giuseppe Maranini

(Genova 16 aprile 1902 – Firenze 23 giugno 1969)

Nacque, per caso, a Genova. Il padre era un sindacalista e giornalista socialista, originario di Ferrara come la made, Rina Melli di famiglia israelitica (ciò gli avrebbe causato non poche ambasce per via delle leggi razziali), e lì risiedettero per qualche tempo.

Come scrive uno dei suoi biografi (L. Mannori, nel Dizionario Biografico degli italiani, vol. 69, 2007)  che di Maranini sarebbe stato un successore nell’insegnamento di Storia delle istituzioni politiche alla “C. Alfieri” di Firenze, egli «trascorse l’adolescenza in un clima familiare e sociale segnato da profonde passioni civili e da un forte coinvolgimento patriottico». Fu interventista; a soli diciassette anni scappò a Fiume per unirsi a D’Annunzio (ma restò solo un mese). Tornò a Bologna e finì il liceo: qui conobbe la futura moglie, Elda Bossi (che sposò nel 1924 e con la quale due anni dopo avrebbero fondato La Nuova Italia casa editrice, poi affidata ad Ernesto e Tristano Codignola: sarebbe divenuta quella di riferimento dell’azionismo a Firenze). La famiglia si trasferì a Milano e lui si iscrisse a giurisprudenza, a Pavia.

Il formalismo non era cosa sua e mostrò subito una propensione per studi storici, pur applicati alle istituzioni. Infatti si laureò con Arrigo Solmi, con una tesi in storia del diritto italiano che sarebbe diventata la sua prima monografia: Le origini dello Statuto albertino, Firenze, 1926. Il lavoro, uno dei primi studi sulla concessione dello statuto, risente della relativa immaturità dell’autore che faceva propria la dottrina costituzionale classica di uno stato liberale allora già peggio che in crisi: assai diverso dal Maranini maturo così critico, invece, dello “pseudoparlamentarismo” dell’Italia pre e post-fascista.

Vinse una cattedra di economia politica in un istituto tecnico di Venezia, dove si trasferì nel ’25 e dove scrisse e pubblicò (nel 1927) La Costituzione di Venezia, 2 voll., Venezia, 1927 e 1931. Nascevano all’epoca le facoltà di scienze politiche volute dal regime e col sostegno di Solmi, grazie a quella seconda monografia, ottenne un incarico all’università di Perugia in storia del diritto italiano. Nel capoluogo umbro scrisse La divisione dei poteri e la riforma costituzionale (Venezia, 1928), quasi un’adesione al fascismo: critico della tradizionale formula montesquieuiana, Maranini  vedeva le leggi del regime come un tentativo positivo di abbandono dell’assemblearismo per tornare a un presunto equilibrio dualista Corona-Parlamento. Ma il suo antiformalismo non piaceva all’accademia e ci volle un intervento del Duce (pare per intercessione del padre che col Mussolini socialista aveva militato) per nominarlo professore (“per chiara fama”) nel 1933. Sempre a Perugia produsse opere importanti: Classe e stato nella rivoluzione francese (Perugia, 1935) e Dallo Statuto di Carlo Alberto alle leggi costituzionali del fascismo (Firenze, 1938): opera questa nella quale delinea quella interpretazione che avrebbe poi caratterizzato la sua opera più matura e conosciuta, la Storia del potere in Italia 1848-1967 (Firenze, 1967), pubblicata con duraturo successo a due anni dalla morte.

Dal fascismo Maranini si stava allontanando, anche perché toccato in prima persona dalle leggi razziali (rischiò la cattedra, come di nuovo gli sarebbe successo nell’immediato secondo dopoguerra: ma la minaccia veniva dal campo opposto). Era stato chiamato alla “Cesare Alfieri” nel 1940; riscoprì il socialismo: si veda il vero e proprio programma politico di Utopia dopo la rivoluzione (Roma, 1945). Il suo era un socialismo autonomistico, si direbbe, antisovietico e filoccidentale; fondò la rivista L’Arno, dedicandosi alla politica e al giornalismo militante per un biennio (1945-1947). I suoi fondi su quel giornale furono ripresi in un volumetto prefato da Giuseppe Saragat, Socialismo, non stalinismo (Firenze, 1949). Nello stesso anno divenne preside della C. Alfieri (lo sarebbe restato fino al 1968, concorrendo con Sartori, Spadolini e Predieri, a delineare quel modello di curriculum così moderno che sarebbe stato esteso a tutte le facoltà di Scienze politiche: quello multidisciplinare che in certa misura sopravvive ancor oggi con successo). 

Da neopreside Maranini ebbe a pronunciare la celebre prolusione all’anno accademico 1949-1950 dell’Ateneo fiorentino dal significativo titolo Governo parlamentare e partitocrazia. Pare che il termine, destinato a grande fortuna quanto spesso oggetto di equivoci, fosse stato già usato alla Costituente dal liberale monarchico Roberto Lucifero (lo ricorda un altro dei biografi di Maranini, Eugenio Capozzi in Il contributo italiano alla storia del pensiero – Storia e politica, 2013). Sta di fatto che il Maranini commentatore di importanti quotidiani (“Nazione”, “Corriere della sera”) concorse all’affermazione durevole di questa formula: la quale – va detto – mal celava una seria incomprensione del ruolo dei partiti nelle forme di governo del XX secolo. 

Tiepido rispetto alla Costituzione del ’48, il Maranini degli anni Cinquanta e Sessanta fu un censore  severo della malfunzionante forma di governo italiana, associando nella critica sia l’Italia liberale sia quella repubblicana. Fu convinto, non a torto, che leggi elettorali inadeguate erano alla base di un’interpretazione posticcia del parlamentarismo, dando vita a una impotente “democrazia aritmetica” che produceva solo instabilità. Di qui la critica implacabile alla legislazione elettorale proporzionale: non sfuggiva a Maranini che in molti contesti, e in particolare in Italia, essa rendeva ingestibile il regime parlamentare. Maranini riscoprì allora l’ordinamento costituzionale americano, arrivando a scovare nella Costituzione del ’48 elementi che ne avrebbero consentito un’interpretazione ”americana”, in grado di esaltare, perfino più della costituzione gaulliana, contrappesi – anche presidenzialisti – alla preponderanza dei  partiti e del loro Parlamento  (v. Miti e realtà della democrazia, Milano, 1958; vedi l’introduzione a M. Duverger, La Repubblica tradita, Milano, 1960; Maranini farà poi tradurre dalla Nuova Italia anche F. Hermens): era del resto il periodo della presidenza Gronchi. Il Maranini di questi anni esalta il ruolo terzo della Corte costituzionale e della magistratura di cui diventa un teorico militante, cercando, con qualche entusiasmo eccessivo, di applicare all’Italia canoni interpretativi americani, influenzato per es. dall’opera del giudice della Supreme Court Benjamin Cardozo (si pensi al simposio Magistrati o funzionari?, Firenze, 1962; si pensi al suo sostegno alle prime grandi iniziative della magistratura associata, a partire dalla sua relazione al Convegno dell’Associazione magistrati di Gardone Riviera, nel 1965).

E’ anche un Maranini riformatore (della Costituzione italiana, da attuare integralmente ma anche da aggiornare con cautela): fonda senza grande seguito Alleanza costituzionale (nel 1965: inizialmente ebbe però adesioni autorevolI: fra gli altri, Guido Astuti, Vincenzo Chieppa, Vezio Crisafulli, Vittorio Frosini, Pietro Nuvolone, Enrico Opocher, Pietro Rescigno, Paolo Rossi, Silvano Tosi). Il prudentissimo programma fu sufficiente a sollevare la reazione indispettita di Paolo Barile e quando l’associazione fece il suo unico convegno (sulla giustizia costituzionale!) l’Unità  lo definì un “convegno di agitazione contro il Parlamento” (sulla vicenda di AC v. T.E. Frosini, Maranini e il progetto di ‘Alleanza costituzionale’, in Nuova antologia, n. 2199, 1996).

La vicenda umana e scientifica di Maranini culminò, si può ben dire, con la Storia del potere in Italia, pubblicata per la prima volta a Firenze nel 1967 con Vallecchi, ripubblicata più volte (anche dalla Nuova Guaraldi negli anni Ottanta) e in ultimo nel 1995 e nel 1999 da Corbaccio a Milano, con una bella prefazione di Angelo Panebianco (è ancora disponibile on demand da Lampi di stampa). E’ un grande affresco che percorre tutta la storia politico-istituzionale italiana, ma ancor di più un’importante lezione di metodo: quel metodo integrato che esprimeva al meglio l’approccio antiformalista del Maranini sin dagli esordi; quel metodo che impone nello studio anche rigorosamente giuridico delle istituzioni politiche di adottare un approccio necessariamente multidisciplinare (giuridico, storico, politologico). Senza di che nulla è dato – veramente – di capire: il che purtroppo succede spesso, e a molti.

                                                                                                      Carlo Fusaro