di Stefano Ceccanti* - 16 ottobre 2017 

Le vicende catalane di questi ultimi mesi, e più in generale anche altre, sempre avvenute in Spagna, come la relativa affermazione di Podemos, su basi culturali piuttosto discutibili, a danno del Psoe, confermano ancora una volta che la storia non va sempre avanti nella direzione del progresso e che senza memoria non si dà futuro.

La transizione spagnola dal franchismo alla democrazia è stata descritta giustamente più volte in varie sedi come un modello positivo per le sue caratteristiche di svolta verso le democrazie consolidate senza spargimento di sangue. Per questa ragione venne poi studiata attentamente nel Centro-Est Europa, specie in Polonia e Ungheria, come modello da imitare. E così effettivamente fu. Lo ricorda in particolare Samuel Huntington nel suo celebre volume sulla terza ondata democratica.

“Ruptura pactada”, la definì giustamente il leader eurocomunista Santiago Carrillo. Certo fu guidata, specie nella fase iniziale, da un personale politico sorto nel vecchio regime franchista, a partire da Adolfo Suarez, che seppe aprirsi alle istanze dell’opposizione, fino addirittura ad osare la legalizzazione del Partito Comunista. Ma, alla fine, i risultati sarebbero stati migliori seguendo un’altra strada? Non solo per il fatto che non si riprodussero le lacerazioni della Guerra Civile (quella memoria che funzionò allora da antidoto), ma soprattutto per il parametro che dobbiamo usare: i difetti della vita democratica spagnola sono più o meno quelli di tutte le democrazie avanzate, né di più né di meno. Certo, se invece di usare gli standard delle democrazie liberali si pensa che la Spagna dovesse evolvere verso modelli venezuelani o cubani allora alcune delle critiche proposte da settori intellettuali vicini a Podemos (il “regime del 1978”, il peso dei militari per una lunga parte della transizione, la persistenza della Monarchia e della burocrazia franchista specie nel potere giudiziario, ecc.) si potrebbero ritenere fondate perché verso quell’esito non si è andati. Non è del resto, purtroppo, un’originalità spagnola. Si tratta di filoni critici molto simili a quelli che contro Togliatti e la linea legalitaria del Pci (pur ambigua fino alla persistenza del “legame di ferro”) si sono manifestati con esiti dannosi nella storia d’Italia, legittimando o comunque giustificando parte del terrorismo di sinistra, o che si verificarono nel vicino Portogallo quando una parte dei militari di estrema sinistra tentarono un secondo golpe dopo quello dell’aprile 1974 perché desideravano una forma di stato socialista e non una ordinaria democrazia occidentale coi suoi noti ma tutto sommato più accettabili difetti. Specie se si considerano quelli delle alternative possibili.

Giova ripetere che di capolavoro si trattò. Il consenso costituente fu larghissimo e l’Ucd di Suarez (il partito centrista, post-franchista moderato e modernizzatore, che gestì la transizione e che esplose poco dopo) prese sul serio il risultato delle elezioni delle Cortes costituenti. Non puntò a una maggioranza chiusa verso destra, che pur ci sarebbe stata nei numeri, insieme ad Alleanza Popolare (il partito post-franchista più tradizionale, che poi si sarebbe evoluto nel Partido Popular). Decise invece che il consenso, in modo formale e informale, si doveva anzitutto produrre tra il centro-destra e il centrosinistra, tra Ucd e Psoe, perché erano i due perni del sistema, l’uno un po' sopra il 30% dei voti e l’altro poco sotto, perché essi, che avrebbero dovuto garantire l’alternanza, si dovevano legittimare nella condivisione piena della Costituzione. Solo su quella solida base comune sarebbe stata possibile un’alternanza non traumatica come quella che aveva preceduto la Guerra Civile: alternanza di governo, anche tra linee politiche molto diverse, ma non alternanza di regimi.

A partire da quel nucleo duro di consenso si trattava di coinvolgere, per quanto possibile anche le due forze politiche da 10% poste sulle ali, ossia il Pce e Ap (cosa che riuscì pienamente col primo e parzialmente col secondo) e i regionalisti (l’esito fu positivo con Convergenza democratica di Catalogna, ma non con Esquerra Repubblicana della stessa regione e coi nazionalisti baschi).

La stessa dinamica si stabilizzò poi in Catalogna, dove i pilastri del sistema furono Convergenza (che si confederò con la democristiana Uniò) e il Partito Socialista Catalano, dotato di ampia autonomia rispetto al nazionale. Ciu sotto la guida di Pujol giocò spregiudicatamente sul piano nazionale, sia col Psoe sia col Pp, garantendo appoggi decisivi a Governi minoritari degli uni e degli altri ottenendo significativi vantaggi per la propria regione. Prodottasi poi l’alternanza a livello regionale, furono i socialisti catalani a negoziare un nuovo Statuto a condizioni più favorevoli con Zapatero, che fu poi amputato (più in modo simbolico che contenutistico) dalla Corte costituzionale su ricorso del Pp. Una frattura che ha pesato sul seguito della vicenda perché i popolari non hanno immaginato forme di recupero e di compensazione. Si segnala qui l'ottimo saggio di Cesar Colino nero nel volume curato da Botti e Field "La Spagna si Rajoy". *

Dove sono sorti i punti reali di rottura? Per un verso sul piano nazionale dall’affermazione di Podemos, che contesta in modo confuso il compromesso del ’78, e per altro dalla deriva di Convergenza dopo la delegittimazione del suo fondatore Pujol, del quale ben pochi sospettavano che accanto a una forte rete clientelare (in parte inevitabile a causa della lunga egemonia regionale) avesse accumulato anche illeciti arricchimenti personali e familiari. Convergenza pertanto rompeva la federazione con Uniò e in sostanza rincorreva le posizioni estreme di Esquerra Repubblicana per riacquisire legittimazionee. E qui veniamo appunto alla storia recente, alla retorica dell’indipendenza e del referendum secessionista. E’ forse iniziata, da parte dei regionalisti di Convergenza, come un gioco al rialzo in cui non si credeva (e non si crede) per davvero. Una volta però che si è imboccata quella strada, che si sono presi voti in nome di essa sostenendo che fosse percorribile, come tornare indietro?

Pertanto, per riepilogare rapidamente la storia recente, nel Parlamento della Catalogna con gravi forzature procedurali e con una maggioranza ristretta (molto inferiore non solo a quella per cambiare la Costituzione, ma anche il solo Statuto) si sono approvate due leggi. Con la prima si sono dati tutti i poteri costituenti a un referendum senza alcun quorum: sarebbè stata sufficiente anche una minima quota di partecipazione al voto a determinarne l’esito. Peraltro alla fine il Governo ha dovuto comunque ammettere, secondo i dati da esso stesso certificati, che solo poco più di un terzo dei catalani ha votato Sì. Nell’articolo 4.4 di quella legge sta la vera e propria bomba ad orologeria: si dice che la vittoria del Sì comporti entro quarantotto ore dalla proclamazione dei risultati una dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte del Parlamento regionale e l’avvio delle nuove istituzioni repubblicane previste dalla seconda legge, la Costituzione provvisoria. A quel punto è fatale l’esplosione del conflitto tra due legittimità opposte. La Catalogna, sulla base di essa, si deve rifiutare di pagare le tasse, di obbedire alle leggi spagnole successive e a quelle pre-esistenti incompatibili con la propria Costituzione provvisoria, di riconoscere i tribunali spagnoli e la Corte costituzionale, deve pretendere lei di avere il monopolio legittimo dell’uso della forza.  Dalla proclamazione di indipendenza deve quindi scattare in automatico, secondo le due leggi approvate, una catena di conseguenze che gli apprendisti stregoni dell’indipendentismo non possono riuscire a fermare.

Sul versante opposto, vedendola da e verso Madrid, va benissimo indicare la strada del dialogo, delle concessioni, di una maggiore apertura alle istanze territoriali differenziate, però è anche inevitabile affermare l’intransigenza sulla legalità costituzionale e sull’impossibilità di restare nell’Ue qualora la secessione dovesse avere successo contro una democrazia costituzionale. L’intransigenza di questa natura è senz’altro meno romantica rispetto all’identificarsi con presunte vittime innocenti impedite nell’esercizio del diritto di voto, ma è un dovere per qualsiasi partito nazionale, di maggioranza e di opposizione, che voglia continuare a muoversi, come è necessario, nell’alveo del compromesso del 1978.  Perché la ragione sta comunque sul lato della Costituzione, che è quello della memoria, anche quando lì vi sono dei torti politici. E il torto sta dal lato di chi vuole romperla perché non ricorda, anche se ha delle specifiche ragioni politiche. Contro Rajoy è giusto e doveroso esprimere critiche politiche e battersi per un nuovo Governo di diversa base politica e programmatica, ma gli indipendentisti sono fuori dalla legalità costituzionale  e stanno portando a un aggravamento della situazione di cui il referendum illegale era solo la prima tappa. Alla fine anche per il Psoe è una strada obbligata perché il compromesso del 1978 è anche un suo compromesso, è quello sulla base del quale poté governare da solo già nel 1982, solo sette anni dopo la morte di Franco, nella tranquillità di tutti i cittadini e degli interlocutori europei che avrebbero accolto pochi anni dopo la nuova Spagna dentro l’Unione.

Al momento di scrivere queste note non è ancora chiara la sorte del conflitto dopo la proclamazione dei risultati, ma tutto lascia intendere che non si potrà evitare una qualche forma di sospensione dell’autonomia regionale, che preluderà a nuove tensioni, a nuovi vittimismi e forse anche a elezioni regionali anticipate. Eppure, anche qui, sarebbe bastata la memoria: nel 1934 la proclamazione dello Stato catalano aveva subito portato il Governo repubblicano centrale a un duro intervento repressivo e all’incarceramento del Presidente della Generalitat di allora.

E’ vero quindi il contrario di ciò che spesso si dice su un presunto “patto dell’oblio” che si sarebbe realizzato nel 1978 tra i contraenti della Costituzione per cui ciascuno avrebbe dimenticato i torti dell’altro. Come ha spesso sottolineato il romanziere Javier Cercas, catalano e anti-indipendentista, il patto si basò proprio sulla memoria, sulla volontà di non ripetere gli errori tragici della Guerra Civile, di cui ha parlato Victor Perez Diaz nel suo volume su "La lezione spagnola" (con prefaZione di Michele Salvati), errori che tutti ben ricordavano. Evadere da quel patto significa esattamente riprodurli, magari in forma solo attenuata.  

(*Scritto destinato alla Rivista MondOperaio)