di Giuseppe Franco Ferrari

Alcune impressioni a caldo, non del tutto collegate tra loro e da rimeditare nei prossimi giorni, quando il presidente neo-eletto avrà reso nota la sua squadra.

Si è assistito alla campagna elettorale peggiore dalla seconda guerra mondiale ad oggi. Altre sono state turbate da eventi gravi o climi deteriorati, come nel 1968, 1972, 2008. La lotta politica negli Stati Uniti è sempre stata estesa a tutti profili della vita dei candidati, né mai vi è stato divieto di colpi “sotto la cintola”. Ma mai come questa volta si sono viste virulenza critica, esposizione mediatica a fatti irrilevanti per le candidature, ricorso ad affermazioni di totale conflittualità sistemica ed aprioristica (ad esempio  sull’inaccettabilità del risultato sfavorevole). La divisività andrà censita sulla base di parametri la cui elaborazione i politologi americani stanno già mettendo a punto. E’ comunque evidente che il cleavage creatosi nel Paese e nella classe politica pare difficilmente colmabile. Lo riprova da ultimo il fatto che la candidata soccombente abbia rifiutato, per la prima volta nella  storia, di comparire in pubblico a risultato acquisito e congratularsi pur a mezza bocca con il vincitore, lasciando questo onere ad un suo delegato.

La struttura partitica ha subito una radicale trasformazione, che andrà anch’essa analizzata sulla base di rilevazioni positive: finanziamenti, addetti e attivisti, radicazione sul territorio, adesione di componenti associative, ecc. E’ chiarò però sin da ora che il tramonto delle organizzazioni dei partiti come erano almeno fino al 1980 ed all’avvio dell’era Reagan è ormai completo.

La coalizione rooseveltiana, già andata in frantumi per fattori economici, demografici e politici vari, risorta in parte nel 2008, sembra definitivamente scomparsa. La candidata democratica non ha saputo nemmeno stimolare l’afflusso al voto dell’elettorato di colore, risvegliato dalla candidatura di Obama; i ceti meno abbienti, beneficiari principali dell’”Obama care”, non hanno dato una risposta adeguata in termini di turn-out, anche se si potrebbe ipotizzare che la causa stia nello scarso carisma della candidata. Per parte sua, il GOP, partito moderato della middle class con venature conservatrici molto variegate nelle diverse parti del territorio, è divenuto il contenitore di integralismi religiosi, tea parties, populismi vari. Rimane da chiarire quanto della struttura tradizionale sia sopravvissuto o sia invece sparito, venendo fagocitato dalle strutture dei movimenti e dei gruppi che hanno colonizzato il partito.

I sondaggi classici, come sperimentati dagli anni ’60 in poi e affinati con l’ausilio dei migliori sociologi, hanno clamorosamente fallito. Non pare esservi dubbio circa la loro incapacità di valutare l’atteggiamento renitente di quanti forse non volevano dichiarare la preferenza per un candidato sgradito ai media dell’establishment. La brutta figura di queste elezioni è irrecuperabile. La scientificità di queste analisi è dimostrata inconsistente e occorreranno profondi ripensamenti prima che strumenti analoghi vengano valutati ancora utilizzabili.

Sul piano della politica, è fin troppo evidente che l’elettorato ha voluto dare un segno di discontinuità rispetto all’establishment, al Washington consensus, ai media più accreditati, cioè in una parola che si sia trattato di un voto incentrato sulla pancia del Paese, al di là della scarsa presa della candidatura Clinton sull’elettorato. Sotto questo aspetto pare condivisibile la valutazione di molti politologi, secondo cui si sarebbe in presenza di un fenomeno populistico non tematico, cioè non legato ad uno o pochi assunti specifici, ma generale e trasversale.

Se è così, tuttavia, occorre tenere conto che una Potenza globale difficilmente riesce a rompere del tutto la continuità con le politiche precedenti, a prescindere dalle proclamazioni pre-elettorali. Occorre quindi attendere la nomina almeno dei collaboratori di vertice del Presidente, prima di fare pronostici sulle politiche, in particolare sul versante esterno. Solo quando lo staff dei consiglieri sarà completo e saranno noti i nomi del Segretario di Stato e dei vertici dell’Esecutivo presidenziale, si potrà valutare il tasso di discontinuità possibile.

In politica estera, in particolare, l’unico dato certo ad oggi potrebbe essere quello di un disgelo nei rapporti con la Russia, che peraltro potrebbe avere qualche effetto positivo: in particolare, la riduzione della tensione sulle frontiere russe (ucraina e lituana anzi tutto), la ripresa di rapporti commerciali normali o meno bloccati, la definizione di interventi meglio concertati sugli scenari medio-orientali nella lotta contro lo Stato islamico. Tutta da verificare l’intenzione di scaricare i costi della Nato sui Paesi europei, che potrebbe rivelarsi una mossa meramente elettorale. Certo invece, almeno inizialmente, il deterioramento dei rapporti con il vicino Messico e forse con altri Paesi dell’America latina.

In politica interna, le politiche welfaristiche e quelle economiche verranno messe a punto in dettaglio nelle prossime settimane. Il passaggio dalle formule corrosive della propaganda alla elaborazione di strategie operative può indurre razionalizzazioni anche  molto significative, se non inversioni di rotta vere e proprie.

Un dato istituzionale è comunque pacifico: la maggioranza conseguita dai Repubblicani in entrambe le Camere è sufficiente ad assicurare a Trump un biennio di “luna di miele”, benché il rapporto 55/45 al Senato non equivalga alla soglia di controllo del regolamento e del pieno dominio dei lavori. Si può quindi desumere che i fenomeni rilevati dai costituzionalisti con riferimento agli ultimi anni della Presidenza Obama siano destinati ad affievolirsi, se non a scomparire. Trump avrà minimo bisogno, ad esempio, dei signing statements, tipici delle stagioni di divided government, come l’ultimo biennio di Bush e l’ultimo biennio di Obama; tanto meno avrà necessità di veti; difficilmente dovrà ricorrere ad una sovrapproduzione di norme amministrative per compensare la difficoltà di far approvare misure legislative dal Congresso; le deleghe, individuali o omnibus, alle autorità indipendenti diminuiranno di consistenza, anche se la materia ambientale che ne ha formato l’oggetto preferito nel secondo mandato di Obama resta ora un’incognita, almeno quanto ad emissioni e shale gas.

Un discorso a parte meritano le nomine giudiziarie. E’ ovvio che il seggio già di Scalia verrà ora coperto senza problemi, salvo che vengano proposte candidature implausibili. La Corte Suprema verrà conformata a maggioranza in modo ideologicamente connotato e le decine di nomine lasciate in sospeso nelle corti inferiori verranno rapidamente completate. E’ presto però per dire se sia all’orizzonte il rovesciamento di qualche importante precedente, a partire da Roe v. Wade. Sui temi più importanti dell’interpretazione costituzionale gioca comunque la vischiosità delle linee giurisprudenziali consolidate e l’influsso dell’opinione pubblica, che è peraltro sempre più volatile su archi di tempo anche molto brevi.