di Giovanni Poggeschi - 2 novembre 2017 

Intervengo in questo interessante blog sulla questione catalana che da decenni occupa la mia attività di studioso “accodandomi” al bell'articolo di Pino Pisicchio, del quale condivido soprattutto il richiamo al dialogo fra i diversi interlocutori, che oggi appare un'utopia.

Riprendendo la metafora letteraria del Don Quijote, è certo che la fuga in Belgio di Puigdemont e dei suoi consellers, ma più in generale tutto il procés indipendentista potrebbe effettivamente ricordare la battaglia contro i mulini a vento, impersonati dal governo spagnolo che ha costantemente ricordato l'illegalità di tutte le decisioni e gli atti relativi ad esso, dalla convocazione del referendum del 9 novembre 2014, ancora pudicamente definito sul “diritto a decidere”, sino a quello, più esplicito (ma la sostanza era la stessa) sull'indipendenza dell'1 ottobre 2017, facendo leva sul testo sacro della Costituzione del 1978, che però non dovrebbe essere interpretato solo alla luce dell'obbligo di indissolubilità dello Stato spagnolo, ma anche del dovere del rispetto per le attribuzioni delle Comunità autonome, specialmente quelle più “intense” nella loro espressione identitaria, come la Catalogna, obbligo in gran parte disatteso dallo Stato centrale a partire dalla nefasta sentenza 31/2010 del Tribunal Cosntitucional.

Per stare sulle metafore artistiche, a me le vicende delle ultime settimane ricordano piuttosto una rappresentazione teatrale de La Fura dels Baus, la compagnia catalana di teatro contemporaneo nota per i suoi spettacoli, per usare un understatement, assai forti. Si tratta di un teatro molto fisico, estremo, provocatorio, alternativo, in cui vi è il coinvolgimento diretto degli spettatori nello spettacolo, nel quale gli attori e gli spettatori si confondono. La tensione collettiva degli spettacoli della Fura e la partecipazione del pubblico ricordano le oceaniche manifestazioni del mese di ottobre, sia a favore dell'indipendenza che dell'unità del paese, ed in esse ricomprendo quella che è consistita nel voto dell'1 ottobre, più simile, data la sua natura peculiare (illegale secondo il governo) appunto ad una manifestazione che ad una normale (infatti non lo era per nulla, comunque la si voglia considerare) operazione di voto. Gli spettacoli della Fura provocano paura, e questa vi è stata l'1 ottobre, per gli interventi violenti di alcuni membri delle forze dell'ordine spagnole. Vi è alla fine di questi spettacoli un senso di sollievo, che invece ancora non si intravede nella querelle fra governo (destituito) della Generalitat e governo Rajoy, e più in genere fra chi, anche in Catalogna, esalta o appoggia il progetto indipendentista e chi invece lo avversa, ponendo come supremo valore quello dell'unità della Spagna.

Le due posizioni più estreme potrebbero essere mediate da una seria riforma federale, con tratti confederali, per assicurare alla Catalogna quello status di autonomia finanziaria che, pur non consistendo nell'unico motivo di rivendicazione nazionale, è certamente decisivo in Spagna come anche in tante altri ordinamenti contemporanei. Da decenni molta della dottrina costituzionalista (Aja, Albertì Rovira, Blanco Valdes, Tornos Mas fra i tanti) insiste sul modello federale come unica soluzione per mantenere l'unità del paese e fornire la risposta alla questione delle nazionalità storiche (oggi Catalogna più che Paese Basco), con uno spirito simile, ma ammodernato, a quello della Costituzione del 1978, che già nell'organizzazione territoriale del governo (e dei governi) era un compromesso fra le esigenze unitarie e le spinte disgregatrici dei nazionalismi periferici. La soluzione federale non è semplice, e sicuramente insufficiente per la Catalogna nella declinazione  di un federalismo simmetrico; una soluzione confederale, con l'attribuzione di ampli poteri  finanziari e di politica economica lo sarebbe di più, ma comporterebbe il rischio di un'opposizione delle altre Comunità autonome. La strada da percorrere è comunque questa, qualunque sia l'esito finale dell'ipotetica riforma in senso federale, e soprattutto decisiva sarebbe la sua attuazione, come decisiva è stata negli ultimi venti anni la mancata attuazione di molti tratti autenticamente regionalisti dell'Estado autonómico.

Per fare una riforma federale occorre una maggioranza favorevole a Madrid, il che non sembra al momento probabile. Occorre anche, e su questo vale la pena soffermarsi, una Catalogna che esprima il suo assenso. Le elezioni del 21 dicembre potranno essere decisive. Non credo però che il risultato che si avrà quella sera sarà troppo diverso da quello attuale: potrà esservi di nuovo una stretta maggioranza di seggi dei partiti indipendentisti, e a quel punto cosa succederà? Faranno marcia indietro rispetto alla Dichiarazione di indipendenza del 27 ottobre 2017, o si accontenteranno di un ipotetico status di forte autonomia invece dell'indipendenza, comunque non semplice da ottenere? E se vi sarà invece una maggioranza “costituzionalista”, avrà voglia di impegnarsi nel dare impulso ad una riforma federale?

Scenari difficili da prevedere, come dimostrano le vicende degli ultimi giorni, che ci hanno dispensato vari colpi di scena. Quello che si può auspicare è che il governo di Rajoy, che appare il vincitore della contesa, non ceda alla tentazione di stravincere e umiliare l'avversario, il catalanismo politico, che potrà forse essere un po' meno indipendentista ma continuerà a vivere. Non sono stati  tanto il governo e la Costituzione, con l'art. 155 la cui portata sarà da verificare nelle prossime settimane, ad essere decisivi, ma l'intreccio economico ed istituzionale che comporta una stretta, al momento indissolubile connessione, fra Europa e stati nazionali. E qui sta un altro nodo: quello che sembra un accordo vincente fra Stati nazionali ed Unione europea è una soluzione al ribasso, che mostra la debolezza dell'Europa di fronte alla sfide di oggi che gli Stati nazionali non sono capaci di affrontare, nonostante in certi casi come quello catalano appaia vero il contrario (si veda sul punto l'articolo dell'economista Michele Boldrin del 31 ottobre 2017: http://www.linkiesta.it/it/article/2017/10/31/lindipendenza-catalana-una-pagliacciata-come-previsto-ma-leuropa-va-li/36004/ ). La soluzione federale spagnola dovrà dunque inserirsi in una riforma federale europea, in un sistema di connessioni ed interdipendenze necessario. Un compito complicato ma ineludibile per tutti: per adesso basterebbe tornare ad un clima normale in Catalogna. Lo meritano i suoi cittadini e le sue cittadine, e devono capirlo i politici e coloro che detengono il potere economico a Barcellona e Madrid, e, ma adesso è chiedere troppo, a Bruxelles.