di Paolo Carrozza

La vittoria di Donald Trump, quarantacinquesimo Presidente degli S.U., solleva forse non poche perplessità in osservatori Europei che, sondaggi alla mano, davano per vincitrice la candidata Clinton, ma costituisce senza dubbio un dato su cui riflettere anche in prospettiva Europea: non tanto per la distanza dei voti dei due candidati (che non è abissale, tutt’altro, e, secondo una conseguenza tipica e frequente del modello maggioritario degli S.U. , è successo che Hillary Clinton ha avuto il 48% con 59,814,018 voti,  mentre Trump ha avuto il 47% con 59,621,678 voti, con uno scarto di 200.000 a favore della candidata perdente) e neppure per il carattere inaspettato della sua vittoria, quanto per la controversa personalità politica di Trump, candidato a suo tempo inviso a una buona parte dell’establishment del suo stesso partito e insinuato di ogni possibile epiteto negativo da parte di una parte consistente della classe politica degli S.U. ed Europea per il suo essere estraneo a tale establishment e rappresentare il più bieco populismo.

Nasce così una considerazione di ordine più politologico che costituzionalistico: per il suo programma (piuttosto vago), per l’approccio populistico all’elettorato (così simile a quello di molti leader “populisti” e “nazionalisti” Europei), per le origini “non politiche” della sua candidatura e della sua storia, Trump costituisce in qualche modo il campione di un’antipolitica che anche in Europa sembra in grado di rivoluzionare i sistemi politici fino a farsi maggioranza e che forse proprio negli S.U., paese che sembrava più lontano e indenne da simili avventure, ha trovato spazio per un’affermazione insolita, quanto a dimensioni, per gli stessi S.U. In effetti da molti decenni non accadeva che il Presidente neo-eletto si trascinasse la simultanea maggioranza sia alla Camera dei rappresentanti (oltre 236 seggi, a quanto pare) sia al Senato (con minor margine, sempre a stare ai primi dati).

A ben leggere le cose  – per quello che si legge sui media e si può ricavare dai programmi elettorali del neoeletto – si può vedere una forte ed evidente analogia con quanto sta accadendo nel vecchio continente: e proprio questo è il punto che si vuole sottolineare.

Per molto tempo, infatti, ci si è illusi che, dopo la caduta dei muri e del “comunismo reale”, i sistemi politici potessero continuare a essere riconducibili al tradizionale schema destra / sinistra, là dove con questi due termini si intendeva (semplificando molto, ma in questo caso è utile farlo) la contrapposizione elettorale e politica tra un partito / alleanza di partiti ispirato/a ad un progetto “progressista” e riformista ed un partito / alleanza di partiti ispirato/a ad un orientamento conservatore o liberista.

Contrapposizione che, con le debite proporzioni e vari aggiustamenti, poteva essere calata anche nel contesto degli S.U., in particolare nella contrapposizione tra un candidato /partito più o meno cautamente riformista e neo-keynesiano ed un candidato / partito più o meno cautamente conservatore e liberista: entrambi, in sostanza e sempre semplificando molto, tuttavia legati all’establishment economico finanziario (indispensabile per finanziare una campagna elettorale costosissima), e contrapposti per diverse visioni dell’intervento pubblico, del welfare, della leva fiscale, dello stesso federalismo.

Questa ipotesi del possibile permanere della contrapposizione politica tradizionale al mondo occidentale, tipica di quasi tutto il XX secolo, anche nel XXI secolo è stata in qualche misura, che ancora non è facile prevedere, cancellata e rovesciata dall’emergere di movimenti e partiti politici (nel caso degli S.U. candidati, nel caso incidentalmente un candidato “repubblicano”) che tale contrapposizione rifiutano e che, pur essendo tacciati dai partiti tradizionali di populismo, demagogia, antipolitica, spesso intrise di nazionalismo e razzismo (o anti-immigrazionismo: nel programma di Donald Trump appare piuttosto evidente), riescono a cogliere il bisogno di rinnovamento e di speranza di un futuro migliore di milioni di elettori, magari anche delle classi subalterne un tempo rappresentate politicamente dalla “sinistra”, deluse dalla politica tradizionale, o forse, come appare oggi più corretto dire, deluse dall’incapacità dei partiti tradizionali , in Italia si direbbero di centrodestra e di centrosinistra, di dare risposta a un bisogno di speranza e di emancipazione dalla crisi economica e sociale che i movimenti politici tradizionali non riescono più a trasmettere al proprio elettorato storico, per quanto graditi e aiutati dall’establishment economico – finanziario (è il caso, negli S.U., di Hillary Clinton).

Ha forse ragione il regista Mike Moore, in un blog molto visitato anche in Europa, a sostenere che il fenomeno Trump è stretto parente di nazionalismi, estremismi, populismi e simili che pullulano in un’Europa in cui i partiti politici “tradizionali” o si alleano tra loro (leggi Grande coalizione tedesca) o devono assumere contromisure elettorali drastiche (dall’Italicum al post-Italicum) o vivono nell’incertezza di governi di minoranza (la Spagna), o abbandonano l’Europa (Brexit e  prossime incertezze britanniche) o soccombono, come accade nei paesi dell’Est Europa (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia) in cui sistemi politici più fragili e meno consolidati hanno ceduto decisamente il passo a partiti / candidati che col nostro “ricco campione dei poveri”, neopresidente degli S.U. , hanno più di un punto in comune: erezione di muri, chiusura delle frontiere, meno soldi alla cooperazione internazionale e più aiuti all’industria.

Fine della storia, come direbbe un noto sociologo statunitense? Chi scrive non ha i mezzi culturali per scrutare fino a questo punto il futuro: vuole però segnalare l’urgenza, a carico dei partiti “tradizionali”, di ripensare rapidamente il proprio progetto politico (che talvolta è ormai arduo comprendere da parte degli elettori) o che, per sopravvivere a questa rivoluzione, assumono a loro volta atteggiamenti populisti e demagogici che poco convincono, a quanto pare, il loro elettorato tradizionale, che mai come in questi difficili anni è apparso mobile e propenso all’astensione.

In siffatto contesto la riforma costituzionale (che ha accomunato molti paesi Europei nel tentativo di riformare, con le istituzioni, anche il rapporto cittadini – partiti) non è più una risposta sufficiente, come paiono solo una risposta tattica lo schema della Grande alleanza o coalizione che dir si voglia e le alchimie di leggi elettorali di tipo maggioritario: occorre ripensare progetti e programmi politici, restituire passione e speranza agli elettori, convincerli che l’Europa integrata non è soltanto austerità, ma concreta occasione e possibilità di lavoro e benessere per i suoi cittadini.

Compito non facile, si dirà: eppure deve essere possibile immaginare una politica capace di proporre un progetto che sia in grado di suscitare negli elettori speranze e passioni non (solo) irrazionali; speranze concrete non di cambiamento per il cambiamento, ma fondate su un progetto politico credibile: anche se è difficile pensare che questo progetto possa avere dimensione “nazionale” o statale, poiché nessuno dei gravi problemi che affliggono la società contemporanea pare suscettibile di una soluzione (solo) “nazionale”.

La vicenda delle elezioni degli S.U. ci dice che questa esigenza di cambiamento e questo salto di qualità della politica “tradizionale” sono davvero urgenti e che , in mancanza, essa è destinata a soccombere rispetto a forme della politica che, al di là del ricorso al peggior populismo, non sembrano in grado di  offrire un credibile governo dello sviluppo di una società sempre più complessa nel prossimo futuro.